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I nostri aggiornamenti

07/05/09

Darfur/Italia : La mia mattinata. Silvia Gatto


All'indomani della Prima Proiezione dì "The Devil Came On Horseback" ci sono giunte numerose congratulazioni per la riuscita dell'evento: in particolare il nostro pubblico si è detto colpito dall'intervento finale del Signor Sùliman che grazie alla Rete Senza Frontiere e Italians For Darfur è venuto ad offrirci la sua drammatica testimonianza.
Volentieri pubblichiamo questa riflessione personale della Presidente di StultiferaNavis, Silvia Gatto, ideatrice della campagna comunicativa della Coordinazione Darfur. Questa lettera esprime bene, secondo noi, lo stato d'animo di molti organizzatori e spettatori.

La mia mattinata: un signore di cinquant'anni, occhi sempre un po' socchiusi ed un sorriso appena accennato. Di fronte a me apre uno spesso dossier di fotografie: immagini terrificanti si susseguono senza tregua. Corpi feriti, amputati, straziati, giovani, vecchi, sofferenti, senza vita. Ad un certo punto la sua mano si ferma tremante e mi mostra una fotografia che non sembra avere nulla, in sé, di orribile: un limpido cielo azzurro e, nel mezzo, un piccolo elicottero bianco. Ma è stata scattata il giorno in cui è stata uccisa sua figlia. Quell'elicottero bianco porta morte e distruzione: dal 2003, in Darfur.

Ieri sera in una sala di un cinema comunale di Padova più di un centinaio di ragazzi si sono riuniti per assistere alla proiezione di “The Devil came on Horseback” organizzata dalla Coordinazione Darfur (Croce Rossa Italiana – Comitato Provinciale di Padova) ed il SISM (Segretariato Italiano Studenti di Medicina). Dopo il film un dibattito, al quale era presente il signore che avrei poi rivisto questa mattina.

Lui è Sùliman, rifugiato politico del Darfur in Italia da cinque anni. E dal suo arrivo lavora per aiutare chi sbarca in Italia, e insieme cercano di racimolare qualcosa per mandarlo a chi è rimasto in quell'inferno. Torna spesso vicino ai confini del Sudan – in Ciad – nei campi profughi dei suoi connazionali, per dare una mano, portare qualcosa, avere notizie della sua famiglia restata aldilà della frontiera che gli è vietato attraversare. Al suo ritorno in Italia riprende la sua attività, che è quella di raccontare. Anche se il ricordo fa male, e l'emozione spesso incespica nel suo italiano ancora insicuro. Ma sa che la sua testimonianza è fondamentale, e non può permettersi di stare in silenzio.

E allora narra delle sue “quattro guerre”: la prima, in Darfur, in cui è in corso un massacro dal 2003 che, non essendo io una giurista di diritto internazionale né un politico, posso permettermi di definire a chiare lettere un genocidio – ebbene si, anche il 21esimo secolo si apre con un olocausto. Magari la notizia meriterebbe un po' più di attenzione e spazio.

Fuggito si è ritrovato nel deserto, e, a breve, hanno finito l'acqua: se trovi un passaggio, un camion o una macchina, sopravvivi. Altrimenti, il tuo viaggio finisce lì. Lui ce l'ha fatta, ed è arrivato in Libia, per la terza guerra: la traversata del mare, che Sùliman definisce peggiore di tutto il resto.

Il racconto è accennato, breve: non si sofferma sui particolari, va dritto all'essenziale.

La quarta guerra è l'Italia, “un po' meglio delle precedenti” dice, ma pur sempre difficile: clandestino, poi rifugiato, ma che significa avere il diritto d'asilo nel nostro Paese? Quali diritti gli sono garantiti? Da quello che ho capito parlando con lui molto pochi. Da anni chiede il ricongiungimento familiare, ma ad oggi solo uno dei suoi cinque figli è riuscito a raggiungerlo in Italia, essendo, a sedici anni, scappato in Ciad. Gli altri sono in Sudan, a Nyala: un piccolo nucleo di quell'incalcolabile numero di “Spostati Interni” che i miliziani governativi hanno allontanato dal loro villaggio, ed ora abitano all'interno del Paese senza garanzie né diritti. Profughi nella loro Patria.

Il mio resoconto è vago, incompleto, forse poco chiaro. Ma i quesiti che determina spero arrivino forti e chiari: davvero non interessa a nessuno di questo genocidio? Possibile che ci siamo così assuefatti a questo sistema di dittatori e patinate democrazie – sostenuti da una sempre più fasulla libertà di stampa – da non capire che un immane crimine si sta compiendo sotto i nostri occhi? Se i giornali ed i TG non ne parlano allora non sta succedendo nulla? E perché i giornali ed i TG non ne parlano? È chiaro che un divorzio Vip o una nuova macchiolina di sangue trovata nella casa del delitto dell'anno fanno più audience.

E allora continuate pure la vostra vita di sempre, e voi giornalisti aggiornateci in tempo reale sugli amori nati nella casa del Grande Fratello. Una volta all'anno doniamo il 5 e l'8 per mille a fini benefici e non dimentichiamo di ricevere, in diretta TV, la benedizione del Papa, così abbiamo un posto assicurato in Paradiso. Tanto nessuno di noi andrà all'inferno, perché dovremmo prendere un aereo ed atterrare in una terra d'Africa che non ha acqua corrente, alberghi di lusso e tour organizzati. Perché l'inferno esiste davvero, e si nutre del nostro silenzio. Ogni giorno.

Stiamo tutti zitti, facciamo finta di nulla, ma quando questa storia verrà alla luce – quando ormai sarà troppo tardi, quando sarà ormai, appunto, storia – per favore, non dite “io non lo sapevo”, perché è una scusa che ha ormai sessant'anni, è desueta e decisamente inflazionata.

Con sincerità, dite: “sapevo, e non ho fatto nulla”.

Silvia Gatto


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Operazione Darfur è un iniziativa della Coordinazione Attività Umanitarie - Croce Rossa Italiana, Comitato Provinciale di Padova con la collaborazione del Segretariato Italiano Studenti di Medicina di Padova, il Parlamento Europeo degli Studenti, Joomla! Veneto e dell'Associazione culturale Stultiferanavis di Venezia.

Questo progetto è stato finanziato grazie a donazioni private, alla Provincia di Padova e al Bando nazionale 2008 del SISM.